Ciao, Andrea.

Giornalista: “Cosa Le manca della Sicilia?”
Andrea Camilleri: “U scrusciu du mari”.

Ciao, Andrea.
Mi hai fatto ridere con i tuoi personaggi, ho assorbito come una spugna il tuo modo di narrare e di farti amare da tutti; ho invidiato la tua caparbietà nello scrivere “la lingua” e, nonostante tutto, renderti comprensibile.
“Se lo fa lui, allora posso farlo anche io!”.
Sei stato un Maestro per chi come me, in modo umilissimo, segue le tue orme.
Grazie di tutto.
Mii, chi camurria facisti.

Ketty

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I MIEI GIORNI FORTI

[…]
Ho paura di vedere quanto tempo ho perso dietro alla paura dei fantasmi. Che il buio non fa paura perché dopo un po’ gli occhi si abituano alla penombra e ti permette di scorgere i contorni degli oggetti. Scoprendo così che quello che credevi fosse un drago non era altro che un comodino.

Ladypaperina

L’estate del cuore

Ripensate mai alla vostra estate del cuore?

Io sì, spesso, soprattutto adesso che mi avvio, senza rimpianti o paura, verso l’autunno che incendierà le foglie degli imponenti aceri cresciuti lungo il viale della mia vita.

Mi vedo seduta su di un muretto di cemento mentre batto i piedini, fasciati da zoccoletti di legno, contro un muro scrostato e appoggio le mani stando ben attenta a non farmi mordere dalle formiche – bleah, che schifo.

È da mezz’ora che son lì ad attendere i miei amici che stanno ancora cenando dietro alle luci delle finestre. Arrivano alla spicciolata, ciondolando e strascinandosi dietro l’afa estiva, ed escono dai portoni ornati di gradini; portano con sé l’emozione di chi è libero di oziare e, se vuole, persino di annoiarsi.

Abbiamo tutti la pelle sudata, magari anche i piedi neri perché nel pomeriggio abbiamo giocato scalzi per evitare un Tana!, che avrebbe interrotto il tuo divertimento, costringendoti, poi, a cercare chi era più bravo di te a non farsi trovare (una dote che ancora mi porto dietro, estesa ai massimi sistemi. La coerenza è un mio difetto).

Chiacchieriamo svogliati e grattandoci le punture delle zanzare – una croce sopra e la promessa di non prudere più – e l’immancabile crosta marrone, medaglia al valore di cadute dalla bicicletta.

Le voci felici rimbalzano nel cortile fin su alla notte della stelle cadenti, e per un po’ facciamo a gara a chi la vede per prima – l’ultimo paga le gingomme per tutti.

Non abbiamo cellulari ma solo le storie ascoltate di nascosto, con l’orecchio premuto su di un bicchiere appoggiato al muro della cameretta o stando gattoni dietro a una porta della cucina. Un tuo amico racconta di quella ragazzina che è in vacanza, parla un altro dialetto e ha le lentiggini. Mentre lo fa, sorride e ha un’espressione estasiata in viso. Se ne accorge perché ridacchiamo, dandoci colpetti con i gomiti, e subito fa lo stupido per minimizzare la cosa: mica ne è innamorato – suvvia – ne parla solo perché era buffa!

Quando tocca a te, nascondi i dettagli dietro a È SUCCESSO A UN MIO AMICO, ME L’HA DETTO MIO CUGINO… e tutti la conoscono la verità ma fingono di crederci perché è successo anche a loro e, parlandone con te, non si sentono più soli.

Fa molto caldo la sera che scivola lenta nella notte, la voce dei grandi avvolta nella luce arriva da lontano, da un altro universo dove forse le stelle non esaudiscono più desideri. Tu rimani nell’ombra della tua infanzia e assapori l’indipendenza e la consapevolezza di avere dei segreti e una famiglia – i tuoi amici – oltre alla famiglia, un posto dove rifugiarti la sera d’estate. Lì, tra una coca cola fresca e una canzone del Festivalbar che non sapeva di essere tormentone, giochi a diventare grande, contando quanti sogni puoi avverare in cambio di un pacchetto di gingomme, dal sapore lungo come un ponte e dritto fino al viale costeggiato da imponenti aceri.

Rossi come il ricordo che ti incendia l’estate del cuore.

Ladypaperina

La finestra

La finestra ha le tende tirate, ormai, a difendere la sacra intimità del ricordo. Si vede bene anche ad occhi chiusi se solo si impara a spingere in là il tempo e gettarlo giù dal baratro.
Gli sterminati campi di girasole stanno per invadere l’estate, gareggiando in bellezza con i papaveri rossi, più piccoli, più fragili ma potenti nel calore. Chi lo dice che tanto più una cosa è piccola quanto più è meno importante? Uno specchietto fatto di carta stagnola è valso per me, per esempio, più di un racconto scritto e pubblicato, perché il secondo è perfezionabile ma il primo no, il primo è speciale così com’è. Racchiude dentro ogni sogno immaginato, anche quelli privi di ombre, racchiude una storia che non so raccontare, o forse non lo voglio perché rischierei di renderla misera.
In quello specchietto chiuso nel cuore rifletto ogni giorno un’immagine che piange al posto mio mentre io affronto quella finestra dalle tende chiuse, immacolate, armata solo di una penna – non saprei fare altrimenti – e di un sorriso, forte nel tirare su gli angoli della bocca. Resterò ferma a fissarla per cento giorni e, quando avrò terminato, ricomincerò di nuovo. Perché l’amore è saper attendere senza chiedersi quanto tempo ci vorrà, l’amore non è speranza: è certezza.

Ladypaperina

Le parole

Se potessi tornare indietro, ti direi di non aver mai paura delle parole che ti si fermano in gola, anche quando penserai di essere sbagliata. Saranno proprio quelle parole, quell’incapacità di farle nascere che ti renderanno speciale.

Non unica, nè rara. Solo speciale.

È proprio grazie a quelle parole che il tuo Eremo verrà costruito e demolito, facendo sorgere al suo posto un luogo indefinito, caotico, ricco di ombre eppure così piacevole. Un luogo che non sarà più tuo ma di tutti quelli che, finalmente, ascolteranno il suono delle tue parole. Capiranno così perché le hai volute custodire con gelosia, difendendole con scudi di gote rosse. Capiranno che l’emozione ti scolpisce, ti modella e ti abbellisce più di quanto possano immaginare.

Una barchetta in mezzo al mare

Ognuno di noi ha una barchetta in mezzo al mare alla quale affida i propri sogni di pirata della vita. A che servirebbe, altrimenti, tutto questo blu liquido se non a ricordarti che c’è stato un tempo in cui affrontavi impavido le onde, senza chiudere mai gli occhi. Quel tempo, fatto di pelli dorate e coperte di bianco, ti ha insegnato a rubare i tesori e a disegnare mappe dove nasconderli.

E se oggi conti i passi e ti volti a guardare, la x la trovi seppur invisibile.

Abbiamo tutti una barchetta che solca placida l’orizzonte, tagliando l’aria a metà e svelando il colore del tramonto che ci attende.

Ketty D’Amico

A SPASA R’I DURCI di Ketty D’Amico

Se il sesto giorno Dio si riposò, sono sicura che il settimo giorno – Domenica – si mise con i piedi sotto al tavolo celeste e si gustò in pace la sua bella spasa dei dolci, comprata apposta per festeggiare degnamente l’evento.
I dolci, per noi Calabresi – e Reggini –, sono un qualcosa che va al di là del semplice piacere papillo-gustantifero e rappresentano un simbolo forte nella nostra vita, un simbolo di felicità. Sono, in un certo senso, l’apostrofo bianco-panna tra le parole AIM’A FESTEGGIARI.
Tutto può essere degno di lode.
Vince la Reggina? Andiamo al bar e mangiamoci un gelato.
Riceviamo un aumento di stipendio? Stasera compro una torta e ce la mangiamo insieme.
Qualcuno ci invita a pranzo o a cena? Passiamo dal bar e compriamo una spasa di dolci.
Il bar/pasticceria è la nostra seconda casa e abbiamo sempre quello preferito, dove siamo cresciuti, quello che non cambieremo per nulla al mondo.
La prima cosa che ci accoglie, entrando nel locale, sono le vetrine che, invitanti, scintillano illuminate a festa; la luce è così intensa che potrebbe abbronzarti nel mentre che attendi il tuo turno, così intensa da oscurare il contesto e attirando in modo gravitazionale la tua attenzione, rendendoti di fatto un Satellite che ruota da una parte all’altra in modo ciclico.
Quando tocca a te, la ragazza dietro al bancone – a signurina – ti sorride e ti chiede – ti spia – cosa desideri.
«Na spasa ‘i durci.»
Si volta di tre quarti e ti indica una pila di vassoi di diverse dimensioni.
«Quale vuole?»
La risposta differenzia noi – Sudditici – da loro – Norditici: iddi – pricchi – cuntunu ddu’ pasticcini a commensale; noi, invece, scegliamo la spasa media-grande a prescindere dal numero di persone.
«Male che va, rrestunu e si mangiunu dumani!»
«Quale metto?» domanda a signurina e l’imbarazzo della scelta ti porta a rispondere sempre «Fate voi… un poco di tutto, cusì simu sicuri!»
Allora, ecco che la pinza afferra, come prima cosa, le luccicanti tartellette alla frutta con le loro fragoline di bosco, che le guardi sentendo abbaiare di felicità dentro di te il Cane di Pavlov. Poi si passa ai bignè ripieni di panna, di crema al cioccolato o al caffè; la glassa che li ricopre – solida – sarà la prima cosa a essere mangiata dai bambini, e non solo, godendo a fondo del crock che farà la superficie dolce sotto ai denti. Qualche volta hai la fortuna di trovare i funghetti, che altro non sono che dei bignè evoluti a forma di fungo, con crema al cacao, che addenti e, puntualmente, mentre una goccia del ripieno ti cola sui vestiti, llatriandoti, un baffo di povere nera si disegna sopra al tuo labbro, proveniente dal cappello del funghetto.
I cannolicchi – cannoli piccolini – ti ammiccano sfrontati perché sanno che li sceglierai, non puoi non sceglierli, e si papariano maestosi nel loro manto di zucchero a velo; la ricotta, avvolta dalla croccante sfoglia, farà per tutta la tua vita la differenza tra “i cannolicchi ‘i sutta” e “chiddi norditici”: dda cosa liscia chi ppari furmaggiu mangiatavvilla vui! Nui vulimu a rricotta grezza, chi s’hav’a ssintiri sutta ê denti! Curnutu Guvernu e ppuru Garibbaldi!
Il diplomatico – la zuppetta – è una millefoglie che non ce l’ha fatta o, quanto meno, ce la fatta a metà; si compra sempre ma, dopo, sul vassoio rimane in linea di massima come ultima scelta. Eppure è buona, con il pan di spagna morbidoso e alcolico e la pasta sfoglia che la mozzichi e si frantuma in mille pezzi, costringendoti, poi, a sniffarla piuttosto che mangiarla.
La spasa è quasi piena, a signurina fa i giochi di prestigio mentre affianca un pasticcino all’altro, incastrandoli con grande maestria.
Reggendola con una mano, ti guarda e ti pone l’ultima domanda che, in realtà, è retorica perché conosce già la risposta.
«I babbà (cu ddu’ b) li metto?»
«Certo!» rispondi tu, fingendoti indignato. «Ll’atri cosi sunnu pi figghioli, ma u babba esti pi masculazzi!»
Sul cabaret di cartone una barchetta di carta stagnola si appresta a ricevere un carico prezioso pongiato fino al midollo. La pinza afferra con estrema delicatezza il babbà (cu ddu’ b), per non spremerlo troppo rischiando di fargli perdere il liquido, e lo adagia; il movimento viene ripetuto più volte finchè non si sente «Basta così», ben consapevoli che si potrebbe continuare all’infinito ad annegare il nostro pensiero in questo mare dolce di rhum.
Il vassoio è ormai pieno, colorato e profumato di vaniglia, di frutta e di altri aromi. Un arcobaleno di cartone bianco la abbraccerà per proteggerla dalla carta del bar/pasticceria, per essere infine sigillata da un nastrino giallo e da un fiocchetto giallo e arricciato in cima.
La spasa di dolci viene finalmente consegnata al legittimo proprietario, che uscirà dal locale con un sorriso sulle labbra, felice al sol pensiero della gioia che proveranno le persone a cui la sta donando, al sol pensiero dei baffi di cioccolato o zucchero filato che si disegneranno sulle labbra dei bambini, delle donne, degli amici o al sol pensiero della finta sciarra su chi si dovrà mangiare l’ultimo pasticcino.
E se penso a queste cose, credo di non sbagliare nell’affermare che Dio ha creato il mondo in sei giorni, è vero, ma solo per potersi riservate il settimo per creare la cosa più importante: la felicità.
La spasa dei dolci!

Hassam e i suoi sogni di sabbia

Ieri ho conosciuto Hassam, o un nome simile.

19 anni, fuggito dalla Siria con la famiglia e negli occhi tanto dolore e rabbia.

Fa il cameriere Hassam, o una roba simile, e nelle mani porta delle cicatrici, anche se le più evidenti sono quelle nell’anima, nelle parole HO VISTO AMICI E COMPAGNI DI SCUOLA MORIRE SOTTO ALLE MACERIE. SONO DOVUTO SCAPPARE FUORI DALL’EDIFICIO CHE CROLLAVA. NON SO NEANCHE IO COME SONO ANCORA VIVO.

Viene dalla Siria, da Homs, una città che era bella come un paradiso moderno e di cui non restano che spente fotografie vecchie, su cui si deposita la polvere delle macerie. Se chiudi gli occhi e lo ascolti raccontare, senti il rumore delle bombe, degli spari e delle preghiere delle madri che affidano alla notte i propri figli, affinchè vedano un nuovo giorno di luce.

Si vive un giorno alla volta in Siria, un’ora alla volta, e si spera di essere sempre dalla parte giusta della città perché non sai mai quando le Parche taglieranno un filo, liberando in cielo il palloncino che è la tua vita.

Hassam, o un nome simile., racconta tutto questo con rassegnata disperazione, alzando le spalle su cui pesa il mondo che ha perso e che gli abbiamo strappato e, per il quale, nessuno gli ha chiesto scusa.

E stasera mi son sentita Hassam, o un nome simile, e ho capito molto: mi sono sentita inerme, braccata, confusa, vittima e carnefice. Mi son sentita fuori posto, spostata come un pedone degli scacchi in una partita giocata senza regole da uomini piccoli privi di scrupoli.

Scusaci, Hassam, o un nome simile, scusaci per averti fatto crescere in fretta, per averti distrutto i sogni come un castello di carta che crolla all’improvviso ma, soprattutto, scusaci per non aver voluto guardare negli occhi tutti gli altri Hassam, o un nome simile, per paura di vederci noi stessi. Per la vigliaccheria.

E, se puoi, perdonaci.

Tanto: Hassam, o un nome simile, prima o poi lo saremo tutti.

Ketty

Ad Maiora!

Manca pochissimo e le porte del #SalTo19 si apriranno su di un mondo incantato, controverso, forse difficile ma assolutamente da abitare e vivere senza paura e senza timore.

Vi aspettiamo e non vedo l’ora di parlarvi di me, della Chance Edizioni, dei miei colleghi scrittori, della rivista Vingt-Deux Pensées e poi anche di Anna, della Moglie, di Winnie e della piccola Cy.