The sound of silence

Provochiamo sempre, ogni giorno, gettiamo parole come ami, come canzoni che esplodono in radio, e osserviamo, contandoli, quanti feriti ci sono, poi.

Raccogliamo nei campi le metafore fiorite in una notte di senso di colpa perché di giorno possa farci compagnia il dolore di chi lo riceverà in dono.

Ci abbracciamo alle nostre parole, ubriacandoci di emozioni uniche che rendono vero il mondo che specchia il bicchiere di vetro. Un mondo velato di gocce rossastre, salate ma ormai asciutte, e di impronte verbali che senso non hanno.

Provochiamo sempre, ogni giorno, mettendoci una mano sulla coscienza, non prima di averla pulita sul nome degli altri, compreso il nostro, perché sia sufficientemente chiaro da che parte sta il magone per un’occasione perduta di donare al silenzio la giusta armonia.

Ladypaperina

Le cicale di novembre

È novembre ormai ma le cicale sembrano non curarsi del calendario e della Luna che esibisce Giove come un neo sul labbro.

Cantano per chi le ascolta con gli occhi chiusi, per te che sai ballare senza la musica dei violini, per me che so stupirmi ancora di quanta strada mi rimane da percorrere.

Sotto al rumore del mondo, non si arrendono alla notte che le vorrebbe altrove, silenti e arrese.

Le cicale suonano un ultimo concerto, forse il più bello, forse il più lungo, e si vantano della loro vita trascorsa a onorare ogni singolo minuto, a santificarlo sull’altare del domani. A loro non interessa la frenesia delle formiche, in fila indiana verso il dovere… vogliono solo dondolarsi sulle corde del pentagramma finchè non sorgerà il sole dell’equinozio, e spazzerà via la loro sfacciataggine nel sapersi eterne.

Ladypaperina

Message in a book

“Carissimo Arturo…”

Così Giulia inizia questa lettera, datata 27/1/88.

Sembra l’incipit di un romanzo e, invece, è di più: è un pensiero d’amore ritrovato dopo anni in una copia di OCEANO MARE – Baricco da Angela Gagliardi, una mia amica.

Sarebbe bello sapere chi è Giulia, chi è Arturo… la lettera è stata letta dall’uomo, oppure (come spesso accade) è stata scritta ma non spedita?

Aiutateci a trovare queste due persone e a riconsegnare loro questo pensiero d’amore custodito in un mare d’inchiostro.

L’amore vince sul tempo ❤️

La cura della scelta

Scelgo con cura le parole da non scrivere perché sia preservato il fruscio dell’autunno. Ad esse preferisco l’amore per il silenzio, per il bianco del foglio che mai vide una lacrima di inchiostro rosso, come i tramonti estivi sul mare.

Scelgo con cura i sentimenti da provare, benchè ingiusti, e li stringo al cuore come uno scialle in una notte di Natale; il fuoco è spento ma la cenere non è sopita, brucia per colpa del sale che verso e del sole che chiedo.

Scelgo con cura le fotografie del futuro che ho scattato ieri, un mese fa, nella mia vita precedente, e affido ai colori il compito di riempire gli spazi che si creano, le distanze siderali che separano mani, voci, nomi, sorrisi ma non i cuori.

Scelgo con intenzione la volontà di scegliermi come amica, confidente e primo pensiero del mattino, senza chiedere mai la supplica di essere scelta, o compresa, o voluta, affinchè io sia sempre desiderata la metà del doppio con cui io desidero questo dal mondo.

Scelgo di essere me stessa perché, per quanto io possa temere le tenebre in fondo al tunnel, è proprio nel buio che trovo la luce verso cui tendere, in silenzio, da sola.

Il nastro rosso

Era gennaio che un cielo di neve ci prese la mano, seminando il cammino di fiocchi d’amore.

Era gennaio, lo ricordo benissimo: i miei TI AMO si condensavano in tante nuvolette di fiato e, baciando le tue guance rosse, svanivano sfacciate.

Era gennaio, il primo mese dell’anno, il primo anno del NOI che costruivano ancor prima di averlo vissuto.

Tra quelle strade di grigia incertezza, camminavamo spavaldi con indosso solo l’amore, solo la rossa tenerezza con cui legare il mio passato al tuo domani.

Ladypaperina

I MORTICEDDI

Ogni volta che li vedo – pur non piacendomi – non posso non ricordare la mia infanzia: piccolina, passeggiavo con i miei nonni e, arrivata davanti alle vetrine della pasticceria, rimanevo incantata. Le manine premute contro la vetrina (“Non si fa, caccia sti mani!”) e il nasino il più possibile vicino, osservato i dettagli di queste piccole opere d’arte, scandendo bene il nome di ognuno; una sorta di gioco “Indovina cos’è”.

Questo è il fico, quello è il mandarino… no, spè, è la clementina, là c’è il limone. Varda tu comu ficiru sta ffetta ‘i piscispada… esti a stessa! Pricisa!

Mi arrivava l’odore tipico della frutta martorana e anche di altro: i morticeddi – l’ossicedda r’i morti (che, invece, adoravo).

Gli occhi si saziavano solo a vagare da un angolo all’altro della vetrina, illuminata all’interno dall’alto, e i colori vividi spiccavano, come se facessero a gara a chi fosse il più bello.m affinchè tu scegliessi uno invece che l’altro.

La pasticceria, per noi di Reggio, non è solo un’attività commerciale, ma un luogo sacro: noi ci cresciamo dentro, ci portiamo i profumi nel cuore che ci rimandano visi e voci andate, un passato dai dettagli perfetti e che si rinnova ogni volta che ne varchiamo la soglia.

Anche se siamo grandi, e le manine sui vetri non le mettiamo più (“jeu i mani n’e cacciu, nonna, mindifuttu!”).

Anche se siamo grandi, e rimaniamo ancora estasiati nel vedere cosa le mani esperte di Maestri pasticceri riescono a creare.

I MORTICEDDI sono la nostra infanzia che, profumata e colorata, torna a ricordarci che non saremo mai troppo grandi per smettere di essere bambini.

Ladypaperina

Foto tratta dalla Pagina Facebook della Pasticceria VILLA ARANGEA, di Reggio Calabria

Nord Emotivo

«Cosa posso fare per renderti felice?» le chiese lui mentre le sue dita stringeva la mano di lei.
«Non chiedermelo più. La felicità non si regala ma si costruisce con fatica, con pazienza. La felicità non è uno stato d’animo ma un lavoro continuo che solo in pochi conoscono. Perché non tutti son disposti ad attendere. Tu, invece, lo sei?»
Lui abbassò gli occhi e proseguì in silenzio, le spalle e la testa bassa.
«Perché non puoi essere come tutte le altre donne?» sospirò il ragazzo incapace di trovare altra risposta a quella domanda.
Lei non replicò se non con gli occhi, quegli occhi dentro cui annegavano giorni come tramonti disperati di fine estate.
Quella donna così complicata non l’avrebbe mai capita, forse mai accettata, eppure, si disse lui, senza la sua mano a stringergli le dita si sarebbe senz’altro perso. Lei era il suo Nord emotivo verso cui puntava il cuore.

Ladypaperina

Pensante o Pensato?

“PENSIERO O PENSATO”

Facebook, croce e delizia di tutti noi.
C’è chi c’è dentro fin dall’inizio dei tempi e c’è chi, invece, vi è entrato solo da poco tempo, stanco magari di sentirsi un Paria in mezzo agli altri.
Oggi BISOGNA avere un profilo su Facebook. Quando conosciamo qualcuno, subito dopo il nome e cognome, la seconda cosa che domandiamo è SEI SU FACEBOOK?. La risposta negativa suscita in noi espressioni di meraviglia verso il soggetto considerato al pari di un Unicorno Rosa che vomita arcobaleni. Non ci sembra possibile che degli uomini possano vivere fuori dal virtuale, esenti dalla necessità di connettersi agli altri.
«E se ti volessero cercare i tuoi compagni di classe, per esempio? Come potrebbero fare?»
«Senti Ciccio, se non mi hanno cercato in vent’anni, quando esisteva l’elenco del telefono e un fisso a casa, per quale diavolo di motivo dovrebbero farlo adesso?»
Già, perché?
Perché il Social è visto in prevalenza come un non-luogo dove poterci fare gli affari degli altri. Ecco spiegata la maggior parte delle richieste di amicizia che inviamo o riceviamo.
Chi non ha quel parente che ti ha offeso e mai chiesto scusa (perché è convinto di avere ragione o, peggio, è convinto che sia tu ad aver capito male la questione) che, come se nulla fosse accaduto, ti manda la richiesta di amicizia? Chi non ha quell’amico che ti ha rimosso senza un motivo e poi ti segue come se nulla fosse (ma, almeno, ha il buon gusto di non ri-chiederti l’amicizia)?
Più o meno tutti.
Perché lo fanno? Sono spinti, forse, dalla volontà di visitare Canossa cospargendo il cammino di cenere sul capo? Giammai. Gli interessa solo sapere che fai, cosa scrivi e se scrivi di loro.
Semplice.
Elementare.
Per i Social bisognerebbe istituire l’obbligo di conseguire un patentino per impararne il giusto utilizzo, come si fa con i mezzi di trasporto. Se usati male, infatti, possono causare più danni di quanti se ne possano immaginare.
È uno strano mondo quello di Facebook, ti ritrovi ogni giorno a scorrere la homepage e a trovare gli aggiornamenti di stati (compresi i tuoi) quasi fossero dei bollettini medici (SONO ANCORA VIVO, ALLA FACCIA VOSTRA oppure IN PRINCIPIO FU IL CAFFE’), i post che suscitano polemiche, e sotto ai quali si scatenano le risse più furiose (poi si vedono faccia a faccia e si fanno le fusa come i gattini), i link delle notizie false, che si condividono solo per vedere il contatore dei MI PIACE aumentare (poi gli dici È UNA NOTIZIA FALSA e ti rispondono L’IMPORTANTE È IL CONCETTO), le richieste di partecipazioni ad eventi distanti milioni di anni luce da te e, infine, gli inviti a mettere il like alla propria pagina (della quale non frega niente a nessuno).
Tutto è ormai a portata di click, non facciamo neanche più la fatica di pensare, di leggere, non andiamo oltre la terza riga di un racconto, di un articolo. Ci fermiamo davanti alla porta senza varcarne l’uscio.
Facebook ci sta insegnando a non ascoltare, a non reagire e a non riflettere.
Un tempo sulle cose meditavamo, ci informavamo e, solo alla fine, formavamo un pensiero nostro, autonomo, che eravamo in grado di esprimere anche senza l’uso di concetti aulici. Era nostro. Le discussioni avvenivano in modo intelligente, dai toni forse talvolta eccessivi, ma ti lasciavano alla fine arricchito.
Oggi non è più così.
Se provi ad esprimere un’opinione differente, articolando le tue motivazioni, parte subito il bastimento carico carico di ISTA: buonista, fascista, comunista, piddiotista, pagnottista, coglionista… Più l’interlocutore è impreparato e maggiori saranno gli ISTA che attribuirà all’altro. L’ignorante è stato sdoganato, gli è stato dato il potere e la soddisfazione di sentirsi elevato al pari di chi ha, a differenza sua, un minimo di cultura; con sua grande gioia, può rinfacciare all’altro che NON TUTTI SIAMO ANDATI A SCUOLA (peccato che lui non sia il Muratorino e l’Italia non sia più quella di De Amicis), affermazione che racchiude la sua frustrazione nel sapersi inferiore.
Siamo tutti contro tutti sui Social, dove l’importante è avere il proprio quarto d’ora di celebrità, come se essere “famosi” su Facebook potesse essere un vanto nella vita reale, da ricercare senza sosta e senza esclusioni di colpi.
Alcune trovano la propria realizzazione iscrivendosi a delle pagine dai nomi sontuosi e condividendo qualunque cosa trovino; bulimici, mangiano pagine e vomitano perle di saggezza.
Altri, invece, diventano la copia conforme di pagine di esistenti e famose e son come quelli che, come naufraghi su di un’isola deserta, sventolano le braccia in modo furioso al grido di SONO QUI! GUARDATEMI!
Per qualcuno Facebook è un’arma non convenzionale, per sfogare la rabbia e la delusione verso il mondo esterno ed interno. Sono quelli (noi che leggiamo compresi) che si definiscono coerenti, quelli che vantano di essere sinceri, di dir sempre la verità e non sempre lo sono se si nascondono, poi, dietro ai post.
E infine esistono coloro che preferiscono tener dentro quello che sentono perché sanno che la vita è già tanto complicata di suo che ammorbare gli altri con i propri problemi dovrebbe essere vietato per legge.
Su, ammettiamolo una volta per tutte: quando leggiamo chi si lamenta, chi ne ha una su tutti, chi non fa che borbottare (ma senza, poi, lavorare per risolvere la questione), in testa abbiamo solo una cosa MA A ME CHE ME NE FREGA?!
Sì, esatto.
Perché noi lo sappiamo che ti sei taggato presso l’Ospedale Santa Pazienza solo perché vuoi che ti venga chiesto CHE SUCCEDE? Perché, se ti lasci con la fidanzata, non è necessario scrivere post dove la offendi o dove lanci messaggi subliminali al nuovo compagno (tanto loro sono felici e lo sono il doppio dal momento che tu rosichi). Perché, se hai una fede, non è che impressioni gli altri in base alla collezione di santini che KONDIVIDI sulla tua bacheca (e poi auguri il male al prossimo). Perché se ti interessa promuovere la tipicità dell’Armadillo in salmì, non lo farai mai limitandoti a pubblicare decine e decine di post sull’argomento ma solo alzando il culo dal divano e mettendoti in prima linea.
Facebook non è alfa e omega di tutto, è solo fumo che ti dà l’illusione di una ipotetica popolarità. Si limita ad accendere “l’occhio di bue” e ti sbatte sul palco dove ti esibisci come una scimmietta ammaestrata, quando non hai nulla da dire, o come un attore via via sempre più bravo, quando usi l’intelligenza anche nel gestire i fischi. E forse è questa la parte positiva dei Social: ti insegnano, in modo istantaneo, a prenderti la responsabilità di ciò che dici e ad affinarti.
O pensi o sei “pensato”.
Tu da che parte vuoi stare, ora che lo sai?

Ladypaperina

Il colore viola

C’era una volta un cardo.

Aveva un colore particolamente intenso, viola, e un portamento regale. Il fusto, dritto lo faceva spiccare su tutti gli steli d’erba e i petali che decoravano il suo capo erano come una corona morbida.

Nessuno osava avvicinarsi al cardo, molti lo temevano anche per via delle sue spine, alcune piccole e insidiose.

La pianta, così, trascorreva gran parte del suo tempo da sola, in compagnia solo delle correnti del vento, calde e umide in estate e fresche e chiacchierine in inverno.

Un bel dì si avvicinó una lucertolina: verde adamantina, con la coda lunga e il collo flessuoso e snello. La osservó dal basso e poi, spinta dalla curiosità, prese ad arrampicarsi, girando con movimenti sicuri intorno a quel fusto esile ma resistente.

“Ehi, ma che maniere sono queste!” la rimproveró il cardo. “Cosa vuoi?”

“Scusami,” rispose la lucertola, senza peró dar segno di voler scendere “so di essere stata indiscreta ma non ho mai visto un colore così intenso. Questo viola, così unico, risalta al punto che è impossibile non notarlo.”

Il musetto della lucertolina disegnó una lunga linea dagli angoli all’insù.

Il cardo, stupito, non seppe cosa rispondere e si limitó a stare in silenzio, lasciando che le brezze d’aria lo dondolassero di qua e di là.

“Non hai paura delle mie spine?” fu la sola cosa che riuscì a domandare; aveva meditato a lungo e trovava incredibile che qualcuno avesse avuto il coraggio non solo di parlargli ma anche di toccarlo.

“Oh certo.” disse la lucertola.

“E se dovessi pungerti?”

“Diró AHIA.”

“E se dovessi farti male?”

“Mi cureró le ferite ma non smetteró di restare qua, ferma, a guardarti.”

“Perché lo fai?”

“Perché conoscere qualcuno significa sfidare le spine che crescono, per quanto dolorose possano essere.”

“E cosa otterrai alla fine?”

“Il colore viola. Unico. Irripetibile. E tu, in cambio, avrai per sempre due occhi che ti guarderanno.”

Da quel giorno, il cardo e la lucertola vivono in un campo verde smeraldo dall’erba soffice come il pelo di un gatto. Insieme si lasciamo cullare dal vento; quando la notte la luna è alta in cielo, il viola dei petali disegna una sottile linea dagli angoli all’insu.

Ladypaperina

LA PRESENTAZIONE DEI MIEI LIBRI

“C’era una volta…

su di una spiaggia, un sassolino molto infelice perché, a differenza degli altri sassolini, lui era bianco.

Per questo motivo veniva spesso deriso da tutti, che lo giudicavano diverso e quindi strano.

Quanto si sentiva solo! Lui restava lì, sulla spiaggia, a osservare il mare e sognare di essere come gli altri.

Un giorno accadde un fatto molto particolare…”

Siete curiosi di sapere come prosegue?

Vi aspettiamo il giorno 8 AGOSTO alle ore 21.30 per presentarvi, insieme al CIRCOLO MELI e alla CHANCE EDIZIONI, questa e altre favole contenute nei miei libri.

LA NOTTE DELLE FAVOLE CADENTI sta arrivando su MELITO PORTO SALVO.

❤️

Ketty