I COCCOLILLI

Vi capita mai che improvvisamente un ricordo si materializzi davanti ai vostri occhi? Dico, quelli che, più che saltarvi in mente, fanno proprio le capriole?

A me sì, spesso.

Oggi è toccata alla mia infanzia.

Non chiedetemi il perché, non saprei spiegarvelo, ma ho pensato ai formaggini.

Avvolti in stagnole argentate o dorate, erano morbidi, succosi, allappanti, buonissimi. E accompagnati sempre da pubblicità accattivanti.

«Quel buon sapore di emmenthal svizzero…» (e la state cantando mentre leggete) sbucava fuori all’improvviso e tu gridavi FORMAGGIO TIGRE, ruggendo alla fine con un verso più simile a un miagolio brafato di gatto abbandonato sulla tangenziale.

«Solo io, mangio io, voglio io…» (e la state ricanticchiando). Il Formaggino MIO era in assoluto il più buono e anche, almeno a casa mia, il meno acquistato perché il suo prezzo ti costringeva a impegnare il papà, la nonna e la tua collezione di figurine LOVE IS.  Aveva per la prima volta l’apertura facilitata, e finalmente non eri costretto a ciucciarti la stagnola per recuperare tutto il formaggino che restava appiccicato soprattutto negli angolini.

«Pitupitumpà». Questo suono, accattivante, ti faceva partire in automatico le dita della mano che, ruotando verso il basso, sfioravano la bocca. I formaggini SUSANNA erano abbastanza ricercati soprattutto per via dei regali che potevi ottenere raccogliendo i punti. A me toccò il coccodrillo (Coccolillo nella mia personalissima versione di frugola 4enne o giù di lì): verde, grande, di plastica, non posso descrivervi la mia felicità nell’averlo tra le mie mani. Durò pochissimo: morì – il coccolillo – sulla spiaggia dell’Isola di Vulcano, vittima di una zona calda della spiaggia. Pace alla plastica sua. Non ne ebbi più un altro, i punti per ottenerlo erano troppi e mamma si trovò nella condizione di scegliere o il colesterolo a mille o farmi arrivare a 40 anni.

E ci sono arrivata ai 40 – anzi, sono andata anche oltre, mannaja la cavalla – ma a quell’oggetto penso spesso, soprattutto nelle giornate come quella di oggi, quando il passato ti bussa e non aspetta che tu apra: sfonda la porta e rotola al centro della stanza. Non era nulla di che, un coso banale, eppure non smette di risalire a tradimento quando meno me lo aspetto. E mi strappa un sorriso.

Credo che l’infanzia, alla fine, non sia altro che questo: un prato che semini in primavera affinché fioriscano sorrisi quando l’estate sta per terminare. Affinché tu possa scaldarti come quella spiaggia dell’isola di Vulcano… in compagnia dei tuoi coccolilli.

 

 

Ladypaperina

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