LE ESTATI

Erano belle le estati di Reggio Calabria quando io ero piccolina. Le ricordo come se fossero solo ieri.
Gli anni ’80 avevano conquistato il mondo con i loro colori fluo e la musica dal suono inconfondibile.
Reggio boccheggiava sotto a un cielo carico di temperature afose e in ogni casa c’era un angolo più fresco dove poi, la notte, il materasso faceva la sua comparsa. Che i condizionatori erano solo una parola sullo Zingarelli. Il ventilatore ti faceva compagnia mattina e sera – un rumore basso e continuo di alette che girano e un motore surriscaldato – o, in alternativa, un ventaglio che aveva sempre qualche stecca rotta e riparata alla buona con del nastro adesivo.
Le estati aveva il bollino rosso ma tu non lo sapevi perché la televisione non te lo diceva così come non era necessario che ti avvisasse ° di non uscire nelle ore più calde. Ci pensava tua mamma a proibirtelo.
«Fino alle 4 del pomeriggio tu devi stare dentro e giocare senza far rumore, perché le persone dormono.»
Si faceva la pennichella a Reggio negli anni ’80, per questo i giocattoli avevano il silenziatore e i bambini crescevano inventandosi praterie e corse automobilistiche in un rettangolo di marmo sovrastato da una tenda a righe – il balcone di casa.
«Fai parte della Tribù dei “piedi neri”» ti apostrofava durante la merendina la mamma, mentre ti porgeva una fetta di pane con il pomodoro strofinato, ridacchiando. La facevi rigorosamente alle ore 16 e, subito dopo, ti fiondavi fuori con la bicicletta o un pallone troppo duro per poter essere calciato. Gli amici li trovavi già in strada, pronti a ingaggiare una battaglia con i “gruppi rivali” – un altro condominio, un altro quartiere, un altro sistema solare – e un tubo di gomma sporchissimo era sempre a disposizione da qualche parte per poter bere dell’acqua o semplicemente rinfrescarti.
Le estati duravano sempre molto poco nonostante le giornate apparissero infinite, §con un sole che orgogliosamente si sedeva in alto e non ne voleva sapere di tramontare se non dopo essersi assicurato di averti fatto sudare a sufficienza. La doccia era un miraggio, a Reggio lo è sempre stato, e così con la pelle rivestita da un velo di umidità, te ne andavi la sera a cercare un filo di aria fresca – una bava di vento – dai nonni.
Le ricordo quelle serate, ve lo giuro, trascorse a correre su e giù per quelle strade in salita mentre gli adulti se ne stavano seduti fuori dalla porta di casa su delle seggiole di paglia o di plastica, dalle gambe di ferro sempre troppo arrugginite. Se ne stavano lì, raccolti, in bilico, a osservarci ridere. I rigghiocculi li chiamavamo: ognuno aveva il suo e il perno centrale era il bizzolo, il gradino – soglia all’ingresso. Scomodissimo, eppure ricercato, su di esso si sedevano gli uomini e i ragazzini a osservare i passanti e gli altri rigghiocculi.
Le estati si animavano a Reggio Calabria negli anni ’80, un po’ come adesso, ma avevano un sapore differente. Ritornavano i migranti dall’estero (anche il Nord Italia era estero per noi) e le strade si coloravano di francese, di tedesco e di dialetti strani dall’accento cantilenato. Ritrovavi l’amichetta come ogni anno ma un po’ più cresciuta, suo fratello a cui era germogliato un filo di barba, e sentivi il cuore battere. Le occhiate a distanza, i bigliettini passati di mano in mano e i baci rubati al buio dei portici, con qualcuno a fare da palo.
Le estati a Reggio Calabria erano fulgide, accecanti, di un blu talmente tanto intenso da fondersi con l’acqua dello Stretto, custode dei ricordi, ma lo abbiamo scoperto solo una volta divenuti adulti.
I bizzoli adesso son lasciati lì a prendere polvere, traditi dalla musica che trasuda salsedine e ritmi tropicali, mentre i portoni non sorridono più ai passanti. Le strade non cantano lingue straniere, le strade sono mute, mute come le notti sulla Via Marina, stipata di cuori che battono singolarmente su gambe che si allontanano senza sapere dove andare, senza un’estate in particolare.

 

 

Ketty D’Amico

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