La ragazza sulla panchina

Il treno suonò tre volte prima di scomparire lesto dietro alla curva.
La ragazza sulla panchina non si voltò per guardarlo, sapeva già che stava per essere inghiottito da una galleria che si apriva proprio al centro della collina verde, con in cima un filare di alberi.
Non era la prima volta che andava in quel parco, lo aveva scelto perché le piaceva l’allegro vocio dei bimbi che sfidavano i cani a inseguirli.
Lei sorrise inaspettatamente scrivendo una frase su di un foglio – un’agenda nera – e alzò per la prima volta gli occhi dal panorama bianco di cellulosa. Davanti a sé il sole del tardo pomeriggio avvolgeva le panchine di una bella luce calda e dorata. Un Gatto grigio muoveva piano la coda, a scatti, attento a non perdere di vista un qualcosa che reputava interessante. Infatti ecco che indietreggiò piano sulle zampe posteriori, acquattandosi sull’erba, e infine scattò rapido.
La ragazza sulla panchina osservò tutto con molta attenzione, annotando in modo preciso ogni singolo gesto e archiviandolo in un angolo remoto della sua memoria.
La mano destra riprese a scrivere disegnando con leggerezza geroglifici e piccoli svolazzi neri su fondo bianco.
La scrittura, precisa e sicura, divenne via via incerta fino a interrompersi bruscamente. Sul collo sentivo una pressione leggera ma insistente che non sapeva come spiegarsi.
Si voltò lentamente senza nascondere una certa curiosità circa la causa di quella strana sensazione.
Vagando con lo sguardo di qua e di là alla fine lo vide: era seduto a sua volta su di una panchina, sotto un albero dai rami carichi di fiori rosa, piccoli sogni primaverili avveratisi in estate.
La osservava con una dolce sfrontatezza, sembrava un ragazzino colto sul fatto con le mani nel barattolo della marmellata. Lei si ritrovò senza volerlo a rispondere a quel sorriso, pentendosene un istante dopo. Cosa le saltava in mente di dar retta agli sconosciuti?
Riprese a scrivere, ma ben attenta al lanciare di tanto in tanto delle occhiate sfuggenti al ragazzo sulla panchina, seduto proprio dietro alle sue spalle. La osservava fisso, le braccia abbandonate sullo schienale in ferro, verde, e una gamba accavallata sull’altra.
Dannazione a lui!
Riabbassò lesta la testa cercando di concentrarsi sulla pagina dell’agenda, ma quel maledetto tocco sul collo non voleva saperne di lasciarla in pace.
“Posso farti vedere una cosa?”
La voce, calda e bassa, comparve dal nulla eppure, chi sa perché, non la sorprese. Ne attendeva l’ arrivo con una certa emozione.
La ragazza sulla panchina non si voltò, limitandosi ad annuire due volte, piano. Si alzò lasciando tutto sul sedile: l’agenda, la borsa e la sua banale normalità, e lo seguì lungo un viottolo.
Dove stiamo andando?” fu la sua domanda, posta dopo un interminabile silenzio incorniciato dalle cicale in concerto, instancabili musiciste liriche.
“Hai mai visto come si costruisce il futuro?” rispose il ragazzo sulla panchina.
“Non si risponde una domanda con un’altra domanda!” gli fece notare lei e scoppiò ridere. Lui la imitò. Poi, con un gesto ampio del braccio, molto teatrale, le porse una mano.
Lei gli fece scivolare dentro la sua.
“Ecco come si costruisce il futuro: intrecciando le dita, che fino a ieri erano abituate a contare solo fino a cinque, in modo che possano  contare fino a dieci”.
Lei ci rifletté sopra, era solita considerare sempre il lato razionale delle cose, il lato pratico. Ma non poteva fare a meno di fissarlo. Quegli occhi sottili, eppure enormi laghi placidi, quella bocca ricca di storie da raccontare (chi sa se tutte con un lieto fine), la incantavano come facevano i temporali prima dell’arrivo della pioggia. Si concesse perciò per una volta il lusso di mettersi in gioco.
“Io non so come si costruisce il futuro, vorresti insegnarmi tu a contare fino a 10?”
Il ragazzo sulla panchina e la ragazza sulla panchina, mano nella mano, cinque dita su 10 desideri, si incamminarono verso un punto indefinito – chiamalo futuro, destino, coraggio o più semplicemente amore – lasciando alle loro spalle ombre lunghe come i sogni che ogni giorno faranno, vita nella vita, fino all’ultimo numero che la fantasia farà loro contare e cantare.

 

 

Ladypaperina

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