LA LINGUA BATTE DOVE IL DIALETTO PARLA: IL REGGINO di Ketty D’Amico ©

L’italiano è una delle lingue più belle che esistano, musicale, poetica, fatta di mille espressioni per esprimere tutta la gamma di sentimenti esistenti. Non per nulla nel mondo spesso è indicata come “la lingua dell’amore”.
Ma cu rispettu parrando per l’italiano, la lingua che a me interessa è un’altra, stretta parente della prima ma più popolare: il dialetto, il reggino.
Il Reggino ha un rapporto conflittuale con il suo dialetto, eternamente in bilico tra «Io non parlo questa cafonata» e «A mia mu rici, ti sintia bestemmiari in greco antico.»
Il dialetto incarna l’anima del territorio, non sono solo parole messe lì a muzzo, o ad muzzum come amava dire la mia professoressa di latino. Per quanto possiamo fare gli intellettuali finti annoiati e finti chic è al dialetto che ricorriamo ogni qualvolta siamo arrabbiati. Questa cosa dovrebbe farci riflettere su quanto esso sia radicato nel nostro DNA, un salvavita che scatta e fa uscire il reggino che è in noi. Il dialetto è anche una sorta di linguaggio in codice, per noi chi simu i fora, per parlare ri fatti nostri quando non gradiamo che gli autoctoni ci capiscano.
Salvo poi dimenticare, visto l’alto tasso di emigrazione (Curnutu Guverno e puru Garibaldi, Cavour, i Savoia e la Natura passeggiatrice!), che la malaviruta è appostata dietro l’angolo, comodamente seduta su di un trono. Che ci incorona nell’atto di aver dato dello zzaurdo a un tizio dai modi poco fini, convinti fosse del Nordde e invece esti i Trunca.
Ça va sans dire.
E così mi son messa lì a studiare il dialetto, non tanto l’etimologia delle parole quanto le parole stesse. Il Reggino ha una parola per manifestare ogni stato d’animo e abilmente con una manciata di vocali e consonanti riesce a cogliere lo spirito del concetto. Il dono della sintesi.
Ve ne do una piccola dimostrazione.
Iniziamo con le parole che esprimono il tempo, croce e delizia di tutti; pensiamo di averne a sufficienza ma non è mai abbastanza. Come quando raccogli una manciata di sabbia e velocemente sfugge tra le dita. Come quando tua madre alle 8 si dispera che «Si fici menziornu e ancora amu a nisciri pa spisa.»
Piccamora, avannu, puseri, orantura.
Brevi, Concise ma molto chiare.
A volte si ricorre anche ad Accamora, ma questo apre le porte a un’altra categoria di parole: le Dubitative.
Sono quelle che, in modo sarcastico, indicano tutte le nostre incertezze circa una data situazione:
Accamora, Sambatti, Sannunca, Ora tu, Ora vegnu, Inchi, Pigghjulu, Allocu ri cani, Nesciti i ddocu.
Fino al non plus ultra Uttana!
Quest’ultima purtroppo può generare delle incomprensioni “assonanzifere”, soprattutto quando si parla con la fauna femminile del Nordde che potrebbe non cogliere la sottile differenza.
«Phil (Filippo, all’anagrafe), ti piace questo mio vestitino color Tiffany? Mi fa bella? Guardami e dimmi la prima cosa che ti viene in mente!»
«Uttana!»
«Porco!»
E il tuo post serata fatto di tirituppiti sul materasso te lo sei giocato. Anzi da quel momento A comu ta manda Diu!
Il Reggino è molto religioso, lui non è di quelli che “Prega a Ddiu e futti u prossimu”, un Paucciano. Lui no. Per questo il suo vocabolario si arricchisce di parole come ‘Nzamaiddiu, Pi l’anima di morticeddi, Pamuriddiu, Mi ti regna l’anima, fino al più prosaico Vegnu ru mortu e mi dici che vivu (quest’ultimo rientra di diritto anche dentro la categoria Dubitative).
Perché fora ri ‘zzanni, la parola detta non può essere messa in dubbio. E chi lo fa dimostra di essere una persona poco seria, uno Sparaquagghj.
A questo proposito, il reggino non si risparmia mai, neanche quando si tratta di trovare epiteti, ‘njuri, per indicare tutte quelle persone che non sono a standard: Marmaricu, Giargianisi, Giambrella, ‘Ntuntutu, Carrialandi, ‘Mbuccalapuni.
Dove però siamo campioni del mondo è il settore “parole curiose”, quelle che usiamo solo noi, e che spesso rendono la frase comica:
«Tuni ccani tindi futti!»
Per noi è chiarissima la cosa ma leggetela di fila, mettendovi nei panni degli altri, i furesteri, quelli del Nordde. I mari, i strambamu, ‘ndi ponnu scangiari pi cinesi cu l’occhi non scacciati, comu i livi.
«Scusa, né… ma parli come un cinese ma non hai gli occhi a mandorla. Come mai?»
«Perché io sono di Rreggio e a Rregio avimu l’occhi a bergamotto. Perché i mmenduli l’hannu tutti. U bergamottu sulu nui!»

Pi cuscenza!

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